Il sequestro di Francesco Agnello, il barone della musica



Arrivato allo scoccare dei settant' anni, il barone Francesco Agnello afferra insieme, nello sguardo retrospettivo sulla sua vita, i vecchi mafiosotti di campagna e i personaggi straordinari di cui può vantare l' amicizia: da Giuseppe Tomasi di Lampedusa e Bebuzzo Sgadari di Lo Monaco a Karlheinz Stockhausen, Luigi Nono, Luciano Berio e Maurizio Pollini.
A volte aristocraticamente distante e malinconico, a volte ironico e allegro, autore di sorprendenti boutades reazionarie e al tempo stesso fruitore moderno e tecnologico di cellulari computer portatili agende elettroniche ultimo modello, il barone Agnello è un personaggio complesso, paradossale, contraddittorio: insomma profondamente siciliano.

Dice di sé, oggi: «Ho sempre sognato le cose che sapevo di non poter realizzare. La mia attività è stata un fallimento, ma io non mi sento un fallito. Un idealista, semmai, dell' idealismo tipico di chi non ha mai dovuto lavorare per vivere. Come appartenente a una cultura antica credevo di poter stabilire una specie di ponte tra il meglio del passato e il meglio dell' oggi. Ma ora predominano i valori della peggiore piccola borghesia, distante da quelli della vecchia classe dirigente aristocratica, e anche da quelli dei miei artigiani e dei miei mezzadri. Io, proprietario terriero, ho conosciuto contadini dotati di una sensibilità umana che nessuno potrebbe sospettare, conoscendo i loro discendenti».
Gattopardesco nelle parole, forse, ma non nell' aspetto, Francesco Agnello, barone di Siculiana, quasi sorvola sul rapimento di cui fu vittima, nel 1955, nel pieno degli ultimi fuochi del banditismo: «Il penultimo sequestro operato in Sicilia: dell' ultimo è stato protagonista mio cugino Enrico Planeta. Già mio nonno materno aveva passato un periodo di prigionia a opera della banda Giuliano. Mi tennero nella fenditura di un monte sul Platani, tra Cianciana e Cattolica Eraclea. A organizzare il tutto era stato un contadino delle nostre terre. Niente riscatto: mi liberarono polizia e carabinieri. A turno, in seguito, i miei carcerieri mi hanno chiesto perdono. L' ho concesso a tutti».
Poche parole anche sulla sua attività di organizzatore musicale: è storia nota agli addetti ai lavori. Nel suo ufficio presso l' associazione Amici della musica a piazza Marina, fondata nel '25 da Vito Trasselli Varvaro e della quale è presidente dal '74, il barone siede su una seggiola che pare contenere a malapena disillusione e abbondanza.
Corpulento, la barba bianca e la pelle diafana, l' occhio assonnato e reso vigile soltanto dall'indizio di un caffè che sta per arrivare, se ne sta immerso nella flemma di chi dedicherebbe il dopo pranzo a una siesta, e ripete a fil di labbra l' inizio di una frase - una, due volte - quasi a voler saggiare il peso delle proprie dichiarazioni.
Eppure nelle frasi traspare uno sguardo molto soggettivo su quella Palermo vissuta da una fetta di società che «cadeva a pezzi: la realtà di un proprietario terriero che, come me, non aveva alcun interesse intellettuale per i propri possedimenti. Capii che quel mio mondo sarebbe scomparso. Appartenevo a una generazione i cui genitori ritenevano che non fosse elegante conoscere il saldo dei propri conti in banca. Come altri possidenti, subii un esproprio notevole. Operare per la cultura nella mia città era un modo per sognare. Immaginavo Palermo e l' isola come disposte alla redenzione. Ora mi rendo conto del più completo e inevitabile insuccesso dell'azione. Mia e dei miei amici».
Palermo irredimibile, dunque: una città dalla quale, sottolinea Agnello, «non mi sono mai sentito amato, anche se non mi pento di quello che ho fatto. E, di contro, amo Palermo come si fa con qualcuno che sei costretto ad amare».
Già presidente dell' Orchestra sinfonica siciliana e oggi a capo del Cidim (comitato nazionale italiano musica del Cim/Unesco), oggi il barone spreme così il succo della propria esperienza professionale ed esistenziale in Sicilia. Ma, ecco la sua complessità spiazzante, il sapore aspro di quel succo non gli impedisce di avventurarsi in progetti impegnativi: oltre all' attività del Cidim, anche un programma che prevede la sponsorizzazione di giovani esecutori in Albania e in Argentina. Per il resto, i lunghi soggiorni a Roma, sul Palatino, dove abita per lo più; e la famiglia: la moglie («sono sposato da 31 anni a una donna egiziana bella, dolce e paziente»), le figlie Alessandra e Stefania. La primogenita studia all' estero, la seconda lavora presso un' agenzia teatrale.
«Cos' è che non va? Dieci anni trascorsi alla presidenza dell'Eaoss, ora ridotta a un' ombra caricaturale di se stessa. Ero riuscito a portare la Sicilia ai più alti livelli italiani di presenza di pubblico. E dire che quando ho cominciato ero come un principiante di violino che inizia a studiare partendo dai Capricci di Paganini anziché dalle corde vuote e dai primi colpi d' arco. Era il '58, alcuni amici mi chiesero di collaborare al progetto "Settimane internazionali nuova musica". Oggi guardo ai miei 43 anni di carriera. Ma basta considerare la distruzione che ha subito questa città per capire come vanno le cose, qui. Decine di ettari, di costruzioni, di atmosfere meravigliose delle quali non è rimasto nulla, tranne qualche quadro di Lojacono.
Tra i colpevoli, io stesso. Non ho fatto granché perché lo scempio non accadesse. Arrivava qualche contributo regionale agli Amici della musica e ci dicevamo: "Bene, tiriamo avanti"».
Il caffè si è quasi raffreddato.
Cerchiamo di introdurre argomenti più leggeri. «Se ho hobby? No, non ho tempo. Vado al cinema, ma raramente. James Ivory e Kubrick, a dover fare due nomi. Amo cucinare, o dovrei dire amavo. Da quando non ho più avuto il cuoco mi son dovuto arrangiare. Oggetti cari a casa? Tanti. Soprattutto i ricordi dei miei genitori».
Spontaneo tornare al passato. In particolare a quel cambiamento del ' 46: «L' esproprio trasformò la mafia delle campagne in mafia delle città. Imprenditoriale e feroce, quest' ultima, rispetto a una Cosa nostra che, pur essendo altrettanto feroce, aveva dei principi che la rendevano meno abietta. E mi riferisco a una funzione sociale: i vecchi uomini d' onore non puntavano all' arricchimento personale, costituivano la classe di mediazione tra contadini e grandi proprietari terrieri. I proprietari rinunciavano, su loro intercessione, a parte delle proprie entrate per dare un minimo di sostentamento ai contadini stessi».
Parole che destano qualche interrogativo, se si pensa che escono dalle labbra di un uomo cui un artista all' avanguardia come Stockhausen ha dedicato, oltre alla propria amicizia, una delle sue maggiori composizioni: "Punkte".
Ma il tempo rimasto è davvero poco, per approfondire. L' ultima goccia di caffè è stata sorbita.

Segnalato da Toto Cutro - Fonte: La Repubblica
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