Giuseppe Basile

Il medico chirurgo Dott. Giuseppe Basile (fratello del Missionario Gesuita Padre Vincenzo, del Sacerdote Redentorista padre Salvatore, del Canonico Monsignor Onofrio e del Farmacista Enologo Luigi) nacque a Siculiana nell’allora provincia di Girgenti (oggi Agrigento) il 9 giugno 1830. A ventitre anni si laureò in Farmacia e a ventinove in Chirurgia, conseguendo successivamente la laurea in Medicina, essendo a quell’epoca la branca della Medicina separata da quella della Chirurgia. Tra le carte di famiglia si conserva il diploma di laurea in Chirurgia rilasciato dalla Università degli Studi di Palermo, rilegato in una elegante custodia in cuoio, con impressioni in oro, risalente al 1859, regnando Francesco II di Borbone.
Nel 1860 entrò a far parte del Comitato Segreto Rivoluzionario di Palermo presieduto dal medico-patriota Gaetano La Loggia. Dopo lo sbarco dei Mille a Marsala, venne incaricato dal suddetto Comitato di “andare a complimentare il Generale Garibaldi per il generoso soccorso apportato alla rivoluzione siciliana”.
Da annotazioni ricavate da un prezioso libretto di memorie scritto dal BASILE, esistente sino al 1942 e successivamente smarrito, risulta che Egli raggiunse Garibaldi a Partinico, nei pressi di Palermo, dove si mise subito all’opera amputando il braccio sinistro ad un certo Salvatore Patti, curando a Palermo il figlio di Daniele Manin e a Bellomo anche Nino Bixio che: “caduto da cavallo s’era fratturato la tibia del terzo medio della gamba sinistra”.
Si conserva tuttora buona parte della strumentazione chirurgica con la quale il NOSTRO eseguiva i vari interventi di medicina operatoria. Egli fu allievo prediletto di Giovanni Gorgone, docente di Anatomia Descrittiva e Direttore della Clinica Chirurgica dell’Università di Palermo. La devozione del BASILE per il Gorgone si rileva tra l’altro dalla dedica riportata nel suo libro “Storia della ferita del Generale Garibaldi” che così recita:
“All’Illustre Professore Cav. Giovanni Gorgone, devozione e stima altissima, nutrite di gratitudine e reverenza al grande di Lei merito, mi danno animo, Maestro mio onorandissimo , ad offrirLe questo mio tenue lavoro. Ella che ha fatta illustre l’arte chirurgica in Sicilia, colle sapientissime Sue elucubrazioni, rendendosi meritevole ad un tempo, e del plauso, e della riconoscenza dell’umanità, voglia degnarsi accettarlo quale frutto di pianta da Lei coltivata. Suo Devotissimo Dottor Giuseppe Basile”.
L’attività di chirurgo militare del BASILE si svolse preminentemente nelle campagne di guerra del 1860, 1862 e 1866 con il grado di Capitano Primo Chirurgo Assistente, unitamente al collega palermitano Dott. Enrico Albanese, entrambi facenti parte dell’Ambulanza Generale del Corpo Garibaldino, il cui Capo era il Dott. Pietro Ripari, nato a Solarolo Rainerio in provincia di Cremona. Al riguardo vedasi la fotografia di Garibaldi convalescente, dopo la ferita dell’Aspromonte, all’albergo delle “Tre Donzelle” a Pisa, assistito dai medici curanti (da sinistra) Albanese, Ripari e Basile. Numerosi cimeli garibaldini, di proprietà della famiglia Basile, erano custoditi sino al 1942 presso il Museo del Risorgimento della Società di Storia Patria di Palermo e successivamente ritirati per essere utilizzati al fine di una pubblicazione storica che, però, non vide mai la luce. Parte di questi cimeli andò distrutta nel corso di un violento bombardamento aereo sulla città di Palermo, durante il secondo conflitto mondiale 1940-1945. Le cose che andarono irrimediabilmente perdute furono: il libretto di memorie di cui si è fatto cenno; una borsetta da medico contenente il piccolo strumentario chirurgico di pronto soccorso, usato per la cura della ferita al piede di Garibaldi e per la successiva estrazione del proiettile; un anello in acciaio abbrunito con nastrino tricolore e l’incisione del motto “Roma o Morte”; l’attestato concernente la carica “33″ di appartenenza alla Massoneria, uguale alla carica ricoperta dal Generale Garibaldi.

Fortunatamente sono rimasti in possesso degli eredi: una pistola a tamburo con proiettile a spillo, dono del Generale Garibaldi al suo medico curante Dott. BASILE, in ricordo del fatto d’armi sull’altipiano dei Forestali nell’Aspromonte; il manoscritto del suo libro “Storia della ferita del Generale Garibaldi toccata il 29 agosto 1862 in Aspromonte”; un quadretto contenente quattro medaglie, di cui una d’argento al Valor Militare concessa il 12 giugno 1861 con la motivazione “per buoni servizi resi a Palermo il 28 maggio 1860 ed a Capua il 2 novembre 1860” ed una medaglia commemorativa per Menzione Onorevole, concessa il 6 dicembre 1866 con la motivazione “per essersi distinto nella campagna del 1866”.

Successivamente al fatto storico di Aspromonte – dove il 29 agosto 1862 il Generale Giuseppe Garibaldi fu ferito al piede destro dai Bersaglieri del Colonnello Pallavicini – molto si discusse, al livello scientifico, anche in campo internazionale, sulla presenza o meno della palla nella ferita del famoso Condottiero. Intervennero al riguardo i più famosi luminari della scienza medica tra i quali il francese Nelaton, il russo Pirogoff, l’inglese Partridge, lo svizzero Zoply (omeopata!), il napoletano Palasciano, il fiorentino Zanetti, il pavese Porta, il bolognese Rizzoli, il torinese Riboli e tanti altri. Si studiarono perfino reperti di cadavere come si può vedere dalle foto rinvenute tra le carte del Basile. La vicenda militare di Aspromonte è raffigurata fedelmente in un dipinto di Girolamo Induno dove il medico accovacciato accanto al Generale è il BASILE che con la sua perizia riusci ad evitare l’amputazione “dell’eroico piede”, mentre l’Ufficiale con berretto in mano, mantello e sciarpa azzurra è il Colonnello Pallavicini di Priola che si presenta ossequioso e commosso a Garibaldi.
Come sostiene il BASILE nella sua “Storia della ferita del Generale Garibaldi” e come riferiscono alcune fonti storiche in proposito (tra le quali una lettera di Garibaldi indirizzata al NOSTRO e che di seguito si riporta), la dimostrazione della presenza della palla nella ferita del piede destro di Garibaldi fu sempre sostenuta soltanto dal BASILE sin dal primo momento e successivamente dimostrata, da lui stesso, addì 20 novembre, a mezzo di uno speciale specillo con l’estremità di porcellana grezza, mandato appositamente dal Prof. Nelaton dell’Università di Parigi che con il BASILE si era inteso preventivamente in tal senso. La palla, dopo allargato il tramite della ferita con una spugna preparata dal BASILE, veniva agevolmente estratta dal Prof. Zanetti assistito dal Nostro Chirurgo garibaldino. Lo specillo e la spugna sono visibili nella tavola disegnata dallo stesso BASILE a corredo della sua “Storia della ferita” del Generale Garibaldi.

La diagnosi del Basile, considerato il “fantolino” fra tutte le menti eccelse della scienza medica d’allora, non era tenuta nella dovuta considerazione dai noti chirurghi che si avvicendarono al letto del Generale, ad eccezione del francese Professore Nélaton che confermò la diagnosi del Medico Siciliano.

Scrive il Basile, nella sua “Storia della Ferita del Generale Garibaldi”, alle pagg. 22 e 23:

“Offeso nel mio amor proprio, credetti non dover più altro restare al mio posto e quindi mi presentai al Generale chiedendo a malincuore di ritornare in Patria, non essendomi concesso trattare la cura al modo che mi pareva unicamente logico. Il Generale, con quella sua calma abituale e con aspetto benigno mi rispose: state al vostro posto, c’intenderemo tra me e voi; non voglio più congressi, la palla la estrarrete voi. A simili parole dell’uomo per il quale darei la vita, resta...”
La palla fu invece estratta dal Professore Ferdinando Zannetti di Firenze, al quale il Dottor Basile, dopo avere preventivamente preparato per bene il tramite della ferita, disse che gli dava l’onore di quell’atto definitivo. Si richiama in proposito il pensiero del Capo dell’Ambulanza Generale, Dottor Pietro Ripari, vivamente manifestato nella sua “Storia Medica della Grave Ferita toccata in Aspromonte dal Generale Garibaldi il 29 Agosto 1862”, della quale si possono leggere di seguito alcuni brani.

A tale proposito, giova riportare uno stralcio del libro “Storia Medica della Grave Ferita toccata in Aspromonte dal Generale Garibaldi il 29 agosto 1862″ del Dott. Pietro Ripari, Capo dell’Ambulanza Generale, il quale pone in risalto la figura del NOSTRO in questi termini:


“Quel proiettile estrasse il Professore Zanetti di Firenze, e forse non doveva, perché la operazione troppo facile ad un provetto professore già in alta fama, troppo meglio conveniva ad uno dei curanti il ferito, quali appartenenti all’ambulanza generale. 
Omissis 
Avrebbe dovuto essere estratta (la palla) dal dottor Basile il quale medicò sempre il piede del Generale, lo specillò, ne cavò frammenti d’osso e di corpi estranei, con tale fortunata leggerezza di mano che il Generale non voleva essere toccato, sondato se non da lui. 
Omissis 
Avrebbe dovuto essere estratta dal dottor Basile, il quale fu pure il primo a toccare la palla collo specillo Nelaton lo stesso giorno 20, cavandolo colorato in nero, per due terzi della circonferenza del suo bastoncino di porcellana. Né dubito quindi affermare che il professore Zanetti avrebbe forse meglio provveduto alla dignità dell’arte, se avesse detto egli
stesso al dottor Basile “cavate voi la palla” accontentandosi di dirigere egli la estrazione; non ignorando che tutto fosse stato fatto antecedentemente, in opera di mano e con molta lode da quello e con sollievo e compiacenza grande del piagato”.
E’ ancora il Ripari che nella sua “Storia Medica della grave ferita toccata in Aspromonte al Generale Garibaldi il 29 agosto 1862” riferisce alcune particolari notizie riguardanti l’esercizio medico svolto sul campo dal Basile, durante la campagna di guerra del 1860,dopo lo sbarco dei Mille. Scrive al riguardo il Ripari:
“Il dottor Basile, essendo stato il chirurgo medicante speciale del Generale in tutto il tempo della cura della ferita del grande Italiano, fino al giorno al quale arriva questa storia, giova parlare di lui un po’ più diffusamente. Esciva egli di Palermo il 15 maggio 1860, colla missione dal Comitato segreto di far raccogliere tutte le squadre in armi nei dintorni della città, e di dare cognizioni topografiche parlate al Generale Garibaldi della città stessa. Il 16 raggiungeva il Generale a Partinico, ove medicò i feriti di quel giorno. L’ambulanza generale era rimasta a Vita (paese nelle vicinanze) pei i molti feriti di Calatafimi.
Il dottor Basile amputava il braccio sinistro, al suo terzo inferiore, a certo Salvatore Gatti di Partinico, tutt’ora vivo. Incontratomi col Basile a Renna, ebbi ordine dal Generale di impiegarlo come chirurgo. Entrando noi in Palermo,medicò feriti, ed estrasse la palla dal piede a Giorgio Manin e l’ebbe in cura di poi. Abbandonata a Palermo la ambulanza generale dal dottor Cesare Boldrini, vice capo, e dal dottor Francesco Ziliani, primo chirurgo della stessa, il giovane dottor Cipolla prese il posto di Boldrini e di Ziliani il dottor Basile. Il 18 luglio io spediva da Palermo a Milazzo il dottor Cipolla, il dottor Basile, il dottor Giliberti ed i farmacisti dottor Paolo Papa, speziale capo, e Cassinelli, restando io col grosso della ambulanza agli ordini del generale Sirtori. La presa di Milazzo costò molto sangue. Centocinquanta feriti furono raccolti nel convento dei Carmelitani dal dottor Basile, eretto ad ospedale da lui e del quale ebbe la direzione tecnica (coadiuvato dalla contessa Maria Martini, figlia del Generale piemontese Salasco, in qualita’ di infermiera) e dove fece la resezione parziale di una mascella inferiore. Il dottor Basile il 26 settembre amputò in campo (a S. Angelo) la gamba sinistra al terzo inferiore a certo dottor Angelo De Paoli milite della divisione Turr, con esito felice. Nello spedale succursale di S.Maria di Capua ebbe due sale per i feriti. Vi amputò al terzo medio della coscia destra, pure con esito felice, Luigi Vasirano di Reggio, tenente del battaglione Palizzolo, brigata Milbitz. Alla metà della coscia sinistra operò Giuseppe Scaglia, soldato del primo reggimento.” 

A proposito della campagna del 1862 il Ripari dice:

“Era naturale che in Palermo io cercassi e d’Albanese e di Basile; trovatili era pur naturale che io, conoscendone il merito di entrambi , li domandassi di far parte della nuova ambulanza che il generale mi ordinò di ammannire piccola e volante.”
Ancora un altro autore, il medico Carlo Arrigoni, in un suo articolo sulla rivista “Minerva Chirurgica” dell’ottobre 1946, inserita ne “L’Eco della Stampa” di Milano, nella rubrica “Storia della Chirurgia” tratta la questione dal titolo “La palla d’Aspromonte e la ferita di Garibaldi” ponendo in risalto la figura del BASILE con una lunga ed articolata disquisizione della quale si riportano alcuni brani estrapolati dall’XI capitolo:
“Siamo ora in attesa del consulto generale chiesto dal Ripari ed in tale attesa, la palla resta al suo posto, sempre ostinatamente. 
Omissis 
Da Parigi, chiamato su proposta del Palasciano, arriva alla Spezia (Garibaldi era ricoverato al Varignano) Augusto Nelaton, Professore di clinica chirurgica ed autore degli allora famosi “Elementi di Patologia Chirurgica”, medico di Napoleone III. 
Omissis 
Nelaton è sicuro: la palla è lì! 
Omissis 
E che dire di Basile, il fantolino della chirurgia, come tale dimenticato dall’illustre clinico di Pavia (Prof. Porta) nella relazione del consulto del 4 settembre, che si vedeva confermata la diagnosi dell’illustre clinico venuto di Francia? Né la conferma riguardava solo la diagnosi, ma anche il metodo da seguire per la cura.
Quando infatti a pagina 22 della sua “Storia”, il fantolino accenna al consulto del 29 ottobre, di cui diremo ora, scrive che dopo di esso propose “per la terza volta al professore Zanetti di adoperare la spugna preparata;ma egli mi rispose stimarla controindicata per essere il tramite della ferita vicino al nervo tibiale anteriore. Obbiettai ragioni convincenti, ma al solito non furono apprezzate”.
Logico quindi ammettere che se la proposta fatta il 29 o il 30 era la terza volta che si ripeteva, la prima volta che il Basile mise in campo di dilatare il tragitto della ferita, doveva essere anteriore alla venuta di Nelaton, il quale pertanto non propose nulla di nuovo, ma confermò quanto il Basile aveva già proposto.
Ebbene, anche per il Basile c’è da avanzare una scommessa e cioè che egli, spinto dal suo entusiasmo giovanile, si sarà sentita una voglia matta di saltare al collo – l’avevano considerato un bambino sì o no? – a quella celebrità che gli dava finalmente ragione, e se non l’avrà fatto sarà stato solo per il rispetto verso quella celebrità, che gli imponeva di soffocare la sua gioia entro il suo cuore. E chissà se il maestro della chirurgia francese
…s’accorse del timido voler che non s’apriva”.
Inoltre il medico Dottor Sergio Sabbatani del Policlinico S.Orsola di Bologna, in un suo articolo pubblicato sulla rivista “Le infezioni in medicina” n.4/274-287/2010, riprodotto in internet dal titolo “La ferita di Garibaldi” (Garibaldi’s wounds), nel disquisire ampiamente con cognizione di causa in merito alla questione scientifica sulla storica ferita occorsa al Generale Garibaldi, nel tragico fatto d’armi d’Aspromonte il 29 agosto 1862, pone in spiccata evidenza la figura del Basile nei termini che di seguito vengono sommariamente trascritti:
“Nella descrizione degli eventi sanitari collegati a questa ferita, faremo riferimento, principalmente, allo scritto di Pietro Ripari, che era il capo dell’Ambulanza dei garibaldini, ma verranno citati anche i contributi, rispettivamente, del Dottore Giuseppe Basile, pubblicati a Palermo nel 1863 e del Dottore Enrico Albanese pubblicati postumi nel 1907.
Anche questi due medici, fidati volontari, già con un ricco curriculum di militanza patriottica, appartenevano all’Ambulanza generale garibaldina e furono testimoni, in quanto medici curanti, della gestione della ferita dell’illustre paziente.
Anticipiamo che durante la lunga malattia numerosi furono i medici, italiani e stranieri, che visitarono il malato in veste di consulenti del governo, convocati dai congiunti. (….) Il contributo dei diversi consulenti fu importante, sia nel condizionare “negativamente” l’operato dei medici curanti, sia nella soluzione del problema clinico principale, ovvero nello stabilire se “la palla” sparata dal bersagliere, era rimasta nella caviglia del ferito e con la sua persistenza, impedisse, protraendo l’infezione, la guarigione della lesione ossea. (….)
Nel frattempo i feriti garibaldini si erano raccolti intorno al Generale, ma mancava l’ambulanza, pertanto non era possibile procedere con le medicazioni; si apprese poi che l’ambulanza era stata saccheggiata dalle truppe regie; soltanto Basile era stato in grado di salvare un sacco contenente “ferri d’arte” ed alcuni altri sacchi d’equipaggio. (….)
Dal giorno 3 settembre cominciarono a giungere al capezzale del Generale illustri medici, chiamati a consulto; primi a giungere furono Riboli di Parma e Di Negro da Genova. Poco dopo giunse il Dottor Prandina da Chiavari, chiamato dal figlio Menotti. Il giorno seguente giunsero il Professore Porta da Torino e Rizzoli da Bologna, inviati dal Governo; invece Zannetti, da Firenze, era stato chiamato dai famigliari e dal gruppo dei garibaldini che gli facevano contorno. (….)
Dopo il dieci settembre dalla ferita cominciarono ad essere eliminati micro-frantumi ossei e corpi estranei, in parte fuorusciti grazie alla medicazione e in parte grazie alla buona manualità del Dottor Basile. Garibaldi aveva chiesto espressamente a Basile di fare le medicazione,in quanto gli riconosceva una singolare leggerezza di mano. (….)
Il 16 settembre giunse a consulto il Professore Partridge di Londra; anche Lui fu dell’opinione che il Generale avesse il malleolo interno fratturato e che la palla fosse rimbalzata; Albanese e Basile continuavano a ritenere il proiettile in loco. (…)
La medicazione che praticava Basile, consisteva nell’espurgo del pus due volte al giorno, presentandosi frammenti di osso o di indumenti questi venivano levati, poi era applicata una “faldella” larga sulla ferita spalmata d’unguento,olio e cera,quindi venivano posizionati empiastri. (….)
Il giorno seguente si tenne un grande consulto in presenza dei Professori Porta, Rizzoli, Zannetti, Bertani, Cipriani, del medico omeopata svizzero Zoply, dei dottori Ghedini, Di Negro, Riboli, Odicini, Carbonelli, Tommasi, Palasciano e dei medici curanti Ripari, Basile e Albanese. (….)
Dalla disamina delle opinioni riportate nelle diverse relazioni della commissione dei medici a consulto, al capezzale dell’illustre paziente, appare evidente l’assenza dell’opinione dei medici curanti Ripari, Basile e Albanese, che avevano seguito il decorso del malato sin dalle prime fasi. In seguito i tre medici scrissero, forse risentiti, che, in quell’occasione, era stata negata loro la parola. (….)
Due giorni dopo l’ammalato venne visitato, oltre che da Basile, dai professori Zannetti e Cipriani e, considerato che il quadro clinico andava ulteriormente migliorando, si stabilì di fissare, per il giorno 16, la data per tentare finalmente l’individuazione del proiettile. (….)
Subito dopo Basile, il medico che aveva fatto sempre le medicazioni al Generale, riprovò e, incoraggiato dal suo capo ambulanza Ripari, spinse con più forza lo specillo in profondità; questa forzatura produsse, nel contatto dello specillo con il corpo estraneo, un piccolo suono metallico, suono che confermò inequivocabilmente la presenza del proiettile. (….)
Il giorno 22 Basile introdusse la spugna, preparata con il filo (che serviva per ritirarla) e la radice di genziana, spingendola in profondità per 4 cm. La mattina seguente, in presenza di Zannetti, di Felici, del dottore belga Jean Baptiste Allard, del dottor Cuturi, del figlio Menotti, di Basso, di Bideschini ed altri, il Dottor Basile tolse la spugna che presentava, adesa, una grossa scheggia ossea, larga un centimetro e lunga due. Dopo di che introdusse lo specillo di Nélaton che si fermo a quattro centimetri contro “la palla” e voltandosi verso Zannetti, il medico riconosciuto unanimemente tra i più prestigiosi della cerchia di coloro che avevano seguito la vicenda, gli porse una pinzetta dentata ed il professore, con la più grande facilità e dopo avere penetrato il tramite fistoloso per quattro centimetri estrasse il proiettile. L’estrazione non diede luogo ad alcuna reazione, né locale né generale, e furono praticate iniezioni di acqua tiepida lungo il tragitto della ferita: sei giorni dopo si incominciò ad utilizzare il decotto di china e più tardi la glicerina. Sulla vicenda del ferimento di Garibaldi all’Aspromonte, sulla mancata diagnosi, sul ritardo nell’estrazione del proiettile, sul ruolo eccessivo giocato dai consulenti,anche prestigiosi, che si avvicendarono al letto del Generale, sullo scarso credito che in quei mesi ebbero i tre medici dell’Ambulanza garibaldina, si sviluppò una complessa polemica i cui echi si possono apprezzare nei tre saggi pubblicati da Ripari, Basile e Albanese.
[1] Ripari P. =Storia della Grave Ferita toccata in Aspromonte dal Generale Garibaldi il giorno 29 agosto 1862= Tipografia di Gaetano Bozza Milano 1863;
[2] Basile G. =Storia della ferita del Generale Garibaldi toccata il 29 agosto 1862 in Aspromonte= Dell’Ufficio Tipografico del Giornale Il Commercio Palermo 1863;
[3] Albanese E. =La ferita di Garibaldi ad Aspromonte:Diario inedito della cura=
Remo Sandron Editore Milano-Palermo-Napoli 1907.
Dalla lettura delle carte e dei resoconti si evince che l’estrazione del proiettile assicurò a Zannetti una vastissima eco sulla stampa ed una grande popolarità. (….)
Questo plauso universale gli procurò però il risentimento di Ripari ed in minor misura di Basile (….)
Per quanto riguarda l’intervento, Zannetti non si vantò mai del “gesto chirurgico” ed anzi volle attribuire il merito dell’estrazione all’opera complessiva svolta dagli altri medici e dagli stessi curanti. Le tre pubblicazioni, scritte rispettivamente da Ripari, Basile e Albanese sono corredate dalle relazioni firmate dai diversi consulenti, di cui sommariamente abbiamo riportato il pensiero, da attestazioni di Garibaldi, da diari clinici e dai loro commenti che posseggono l’indubbio merito di inquadrare efficacemente il particolarissimo contesto in cui si dipanò la vicenda.”
A conferma delle anzidette testimonianze si trascrive la lettera che Garibaldi scrisse al BASILE dopo che erano trascorsi alcuni mesi dal fatto d’armi d’Aspromonte. Tale lettera si conserva in originale presso la Società Siciliana di Storia Patria di Palermo, ed è riprodotta nel “Giornale di Sicilia” di Palermo del 29 agosto 1942 e nel foglio culturale della città di Agrigento “Il Caffè” del 2004.
Ecco il testo della lettera:

Caprera, 22 gennaio 1863

Mio caro Basile

Voi aveste di me cura affettuosa di figlio, oltre ad essere mio speciale curante, dotato di mano leggera e benefica in qualunque vostra pratica operazione. Voi sin dal principio e durante la cura, sosteneste sempre fermamente, essere il proiettile dentro la ferita e precisamente in corrispondenza della incisione fatta in Aspromonte dal vostro amico Dott. Albanese. Voi accertaste che la articolazione tibio-tarsica non era lesa; e fin dal 19 settembre ’62, al Varignano, proponeste la spugna preparata per dilatare il tramite della ferita, e per passare alla estrazione della palla. Infine, dal momento in cui fui ferito, sino a questo di quasi completa guarigione, Voi mi avete assistito così caramente da trovarmi nella impossibilità di esprimere tutta la mia gratitudine Vogliate gradire queste parole del cuore riconoscente. Vostro per la vita

G. Garibaldi

IL NOSTRO fu membro dell’ACCADEMIA FISIO-MEDICO-STATISTICA di Milano con la seguente motivazione :
“Il Chiarissimo Sig. Dott. BASILE Chirurgo Curante la Ferita del Grande Garibaldi a Pisa e’ dichiarato Socio Corrispondente di questa Accademia Scientifica, autorizzata con Sovrana Risoluzione il giorno 18 Ottobre 1845″.
Una targa commemorativa della predetta Accademia si legge tuttora nello scalone di ingresso presso l’Accademia di Brera in Milano.

Tra le campagne militari cui partecipò il NOSTRO, nel 1860, 1862 e 1866, mancano quelle del 1867 a Mentana e del 1870 a Digione, in quanto la morte lo colse sventuratamente durante la cura dei colerosi nel 1867. Infatti quell’anno il BASILE si trovava a Caprera presso il Generale Garibaldi, quando un’epidemia colerica colpì pesantemente la popolazione di Siculiana. Egli raggiunse immediatamente il suo paese natale perché erano stati colpiti dal terribile morbo i suoi fratelli, Onofrio (sacerdote) e Luigi (farmacista). Mentre Luigi riuscì a salvarsi dalla funesta epidemia, Onofrio perì unitamente al suo valoroso fratello Giuseppe, finendo entrambi in fossa comune, alla stregua di centinaia di altri cadaveri.
Poco o niente si conosce della vita privata del BASILE; l’unico documento dal quale traspare una certa situazione personale è una lettera della Contessa Teresita Giusti, di nobile famiglia padovana, indirizzata al NOSTRO. Questo manoscritto, di struggente ardore, mette a fuoco l’esistenza di una relazione amorosa contrastata e prossima all’addio; esso si può considerare come presagio inconscio della morte del BASILE: infatti la lettera reca la data 13 maggio 1867, mentre il NOSTRO morì il 16 giugno 1867. Il Professore Ugo De Maria, citato nelle note bibliografiche, riferiva nel 1942, in una lettera indirizzata agli eredi del Basile, dell’esistenza di alcune lettere a lui scritte dalla Marchesa Martini che fu infermiera dei Garibaldini a Milazzo dove operò il Basile e che é ricordata, col titolo nobiliare di Contessa, anche da Montanelli e Nozza nel libro “Garibaldi”. A tale proposito sono in corso ricerche per accertare l’esistenza di questo citato epistolario.
Scrive il De Maria nel suo citato articolo sul Giornale di Sicilia del 29 agosto 1942:
“Garibaldi, quando gli giunse la notizia della morte del BASILE ne pianse amaramente e lasciò scritte per lui certe parole che sono la più bella di tutte le epigrafi ”
e che sono contenute in una lettera inviata a Salvatore Cappello – garibaldino di stirpe palermitana e amico del BASILE – spedita da Monzummanno in data 27 giugno 1867:
Mio caro Cappello

Chi ha testimoniato le cure gentili e filiali che mi prodigarono i miei cari Ripari, Albanese e Basile – durante il pericolo della mia ferita del ’62 – capirà quanto dolorosa mi sia la perdita del martire di Siculiana. Modello di patriottismo, di abilità e di valore, il nostro Giuseppe lascia nelle file dei propugnatori della libertà italiana un vuoto immenso, e tra i
propugnatori dei figli del Vespro un nome che abbella la storia della nostra redenzione. Io assisterò coll’ anima al convoglio funebre dell’ amico del mio cuore e fratello d’ armi e sono
Vostro

G. Garibaldi
Questa lettera si conserva in originale presso la Società Siciliana per la Storia Patria di Palermo.
Lo storico Gaetano Falzone, nel suo libro “SICILIA 1860″ scrivendo del BASILE ci dice che
“Egli fu un ardimentoso, ricordato oggi quasi di sfuggita e, può dirsi, limitatamente all’assistenza che assicurò a Garibaldi dopo la ferita di Aspromonte. Invece il Basile svolse un ruolo interessantissimo anche prima e per questo meriterebbe una trattazione a parte. La sua fu una vita dunque intensa, un apostolato civile che non teme confronti. I medici palermitani possono considerarlo il più vivace fra essi e il più generoso di sé…”.
Adelfio Elio Cardinale, ordinario nella Facoltà di Medicina dell’Ateneo di Palermo e Preside della stessa Facoltà, nel suo libro dal titolo “Medici di Sicilia”, parlando del Basile dice:
“Giuseppe Basile, giovane medico patriota, dall’esistenza passionale intensa. Una vita breve, che sembra fatta apposta per essere narrata, per lasciare a tutti gli altri la speranza di un domani migliore. Il ruolo di Giuseppe Basile e il suo impegno civile e militare furono attivi e incessanti.”
Il Dottor Edeo de Vincentiis, Presidente Onorario Aggiunto della Corte di Cassazione e Socio dell’Istituto Interregionale di Studi “G.Garibaldi”, nella sua lettera in data 16 giugno 2011 diretta al Dottor Giuseppe Basile, discendente ed omonimo del Chirurgo Garibaldino, così si esprime, dopo avere letto la “ Storia della Ferita del Generale Garibaldi “ scritta dal medico curante nel 1863:
“Grande ammirazione per il Suo Antenato la cui modestia personale, nonostante le eccelse qualità professionali, merita in assoluto di essere additata, quale esempio insuperabile, ai non pochi Suoi attuali colleghi.”
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